Diocesi di Belluno: “In cammino per educarsi a custodire il creato”, Esercizi Spirituali Itineranti lungo il Cammino delle Dolomiti

Camminare per ritrovarsi, nella fatica quotidiana, nel silenzio, nel ritmo dei propri passi, nella condivisione e nel confronto con la gente, nel rivivere la storia, la spiritualità e la cultura di un tempo”

Anche quest’anno abbiamo avuto l’opportunità di partecipare agli Esercizi Spirituali Itineranti lungo il Cammino delle Dolomiti: un’esplicita proposta di meditazione religiosa cristiana. Quest’anno le riflessioni erano sul tema “Un cammino di riconciliazione con il creato” per ricordare il cinquantesimo anniversario del disastro del Vajont.

Siamo partiti venerdì 23 agosto dal duomo di Belluno, dopo il saluto del vescovo mons. Giuseppe Andrich, che il primo giorno ha camminato con noi, alla volta del Nevegal, al Santuario di Maria Immacolata dove il direttore ci ha proposto una meditazione sulla “missione del custodire”. Essere custodi significa riconoscere di non essere padroni ma “buoni amministratori dei doni di Dio”. C’è la necessità di ripartire dallo stupore come ha fatto Maria. Lo stupore per il creato che ci è donato, lo stupore per il Donante….. Dal Santuario siamo scesi al paese di Cugnan per la cena e il pernottamento, stanchi ma felici dopo circa sette ore di cammino e aver evitato per un soffio un bell’acquazzone.

Sabato 24 agosto, dopo la colazione e le lodi comunitarie, abbiamo ripreso il cammino. La giornata limpida, la bellezza della natura che ci circondava, gli incontri con le persone del posto (grande lezione di accoglienza e dignità) ha favorito in tutti noi un sentimento di gratitudine. Il ringraziamento e la lode: ecco gli atteggiamenti giusti per entrare il sintonia con il creato…..Quasi senza fatica siamo arrivati a Cadola, comune di Ponte nelle Alpi, il comune più riciclone del 2012: anche questo è un modo per essere attenti e conservare quanto ci circonda. Poi siamo passati per Paiane e Soccher, nomi quasi sconosciuti, ma rivelatisi posti importanti perché ricchi di storia, di cultura, di devozioni, di gente semplice, ma fiera. Grande accoglienza a Soccher dove abbiamo potuto visitare la chiesetta dedicata ai Santi Filippo e Giacomo e dove nel tempo è sorta una interessante disputa per stabilire se San Giacomo fosse il minore o il maggiore. A nostro parere ci sembrava Giacomo il maggiore visto che era rappresentato con il classico bordone, cappello e conchiglia….. La sosta per il pranzo a Soverzene dopo la S. Messa presso la grotta di Lourdes. Soverzene, sede di una importante centrale idroelettrica, ci introduce alla meta del nostro cammino: la diga del Vajont. Ma la strada è ancora lunga. Costeggiando la sinistra idrografica del Piave siamo passati per Provagna e Dogna e abbiamo raggiunto l’abitato di Codissago: da qui parte il tanto temuto “Troi de Sant’Antoni” che con un dislivello di oltre 500 m. porta al paese di Casso (dopo circa 8 ore e più di 20 Km. di cammino) meta della giornata. L’abitato ci appare all’uscita del bosco: sembra un paese fantasma, sono passati cinquant’anni dal disastro e ancora se ne percepisce la drammaticità. E che impressione fa la visione, in tutta la sua vastità, della frana, una ferita della terra causata dall’uomo che non si rimarginerà mai! A Casso siamo stati accolti nella ex canonica e sistemati, chi su brandine chi a terra, per la notte……. e intanto comincia a piovere, le nuvole si abbassano, nascondono la grande ferita della montagna, il silenzio ci avvolge, un brivido percorre la schiena. Un forte boato ha scosso le case, poi un onda prima d’aria poi d’acqua e parte del paese non c’è più, se ne sono andate anche le persone, la loro vita spazzata via dalla vanagloria dell’uomo….. il crollo della torre di Babele…… il disastro del Vajont….. 1917 morti … erano le 22.39 del 9 ottobre 1963! Abbiamo ascoltato nella chiesa, in silenzio, il racconto di quel giorno da parte del parroco di allora, un illustre testimone che con voce flebile, ma ferma, ci ha condotto con precisione a rivivere quella tragedia. Nel suo racconto, pur non risparmiando il dissenso per l’operato dei dirigenti e tecnici della Sade, non traspare nessun sentimento di rancore, di odio, ma una grande consolazione, una grande speranza, quella di essere comunque nelle mani misericordiose del Signore. E’ con questo atteggiamento che l’indomani siamo scesi, sotto una leggera pioggia, da Casso alla diga che abbiamo visitato e dove nella cappella, eretta a memoria, abbiamo celebrato, con profonda commozione, la Santa Messa.

Altro capitolo di storia la visita a Codissago al Museo dei Zattieri dove attraverso i volti e gli attrezzi di chi praticava questo antico mestiere abbiamo scoperto come il legname arrivava in laguna a Venezia attraverso le acque del Piave…… Storie vere, intense, intrise di sacrifici, di gioie, di dolori e di lutti, storie della gente caparbia di queste terre che ha costruito un futuro per le generazioni che son seguite…….. e noi cosa lasciamo a chi verrà dopo? Saremo capaci di riconciliarci con il creato? Saremo capaci di accettare la riconciliazione che ci viene dal Creatore e comportarci come custodi dei doni ricevuti?

Gisella e Roberto Furlan

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